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L’uccello che girava le viti del mondo
INDICE
Introduzione: Dalla junbungaku al new monogatari
-Murakami Haruki: la nascita di boku
Capitolo I: ねじまき鳥クロニクル Nejimakidori kuronikuru
I.1 La trama
I.2 Mitologia e fenomeni paranormali
I.3 Il rapporto di Toru e Kumiko
I.4 Il demone di Toru: Wataya Noboru
I.5 Akasaka Nutmeg e Akasaka Cinnamon
Capitolo II: L’elemento fantastico nell’economia del romanzo
II.1 L’uccello che girava le viti del mondo
II.2 Collegamenti metonimici: la scomparsa di
Kumiko
II.3 Un tunnel tra due mondi: il pozzo prosciugato
II.4 Il ruolo della storia
INTRODUZIONE
Dalla junbungaku al new monogatari
Nella maggior parte dei romanzi di Murakami Haruki troviamo elementi classificabili in qualche modo come soprannaturali. La trama, che inizialmente racconta una storia più che realistica, viene improvvisamente sconvolta da avvenimenti inspiegabili o da personaggi il più delle volte avvolti da un fitto mistero. Queste caratteristiche ricorrenti hanno spinto molti critici a tentare di individuare in Murakami un autore riconducibile al filone letterario del “Realismo Magico”, il cui inizio si fa di solito risalire al romanzo di Marquez Cent’anni di solitudine. Tuttavia, analizzando più attentamente le opere di quest’autore appare chiaro che una definizione del genere risulterebbe poco calzante. Le opere di solito associate a questo filone sono infatti fortemente caratterizzate da prese di posizione politiche o esaltazioni di specificità culturali.
Non è però questo il caso di Murakami Haruki. Nelle sue opere, se un obiettivo può essere individuato, lo si può cercare forse solo nel tentativo dell’ autore di compiere un viaggio all’interno della coscienza dei propri personaggi; di esplorarla alla ricerca dell’individualità, di un “personale senso di indentità”.
Più volte criticato da personalità di rilievo quali Ōe Kenzaburō, Murakami è stato identificato come una delle cause dell’allontanamento degli autori appartenenti alle nuove generazioni dal filone conosciuto come junbungaku 純文学 (letteratura pura ), che soprattutto durante gli anni del dopoguerra è stato caratterizzato da una “serietà” che secondo Ōe, ha poco a che vedere con lo stile di Murakami. I suoi personaggi infatti non fanno certamente parte della “narrativa eroica” quale viene da molti considerata la junbungaku del periodo del dopoguerra; al contrario, la narrativa di Murakami, contiene nuovi elementi che si allontanano dall’estetica degli autori delle generazioni precedenti.
Durante una conferenza del 1992, Murakami definì il suo stile letterario come “new monogatari”, un genere che si serve dell’esperienza di altri autori, molto spesso stranieri, e che si evolve come è giusto che sia per la narrativa che l’autore stesso definisce “qualcosa di vivo”. Il suo grande interesse per la letteratura europea come per quella americana ed il contatto con una nuova società più profondamente influenzata dalla cultura occidentale, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella formazione di questo autore, il cui iniziale bisogno di distaccarsi dalla società giapponese lo ha infine portato a valutarla in maniera più oggettiva ed a sceglierla come principale tema delle sue opere. I protagonisti delle opere di Murakami sono infatti quasi sempre uomini che vivono in grandi città a contatto con ritmi frenetici e regole sociali alle quali talvolta non riescono ad uniformarsi. Murakami si sofferma sulla difficoltà che è ormai tristemente diffusa al giorno d’oggi, di comunicare con gli altri ma anche di trovare un proprio ruolo all’interno della società stessa.
Con la sola eccezione di Noruwei no Mori ノルウエイの森 (Tokyo Blues) che presenta una trama più realistica rispetto alle altre, le opere di Murakami sono tutte caratterizzate da elementi la cui comparsa sconvolge il mondo del protagonista, ma allo stesso tempo gli apre gli occhi su alcuni aspetti della propria vita, della propria coscienza, che egli stesso aveva fino a quel momento completamente ignorato.
Fin dalle sue prime opere è possibile individuare in questo processo una certa struttura che prende forma attraverso la divisione in due mondi paralleli ,uno dominato dalla luce e dalla razionalità, l’altro oscuro ed irrazionale, o, come l’ autore stesso li definisce: kotchi no sekai こっちの世界 e atchi no sekai あっちの世界, dove il primo sta a rappresentare il nostro mondo, mentre l’altro individua una realtà parallela alla nostra. Questi due mondi non sono separati da una netta linea di demarcazione; al contrario, l’esperienza del protagonista è spesso vissuta attraverso il passaggio dall’uno all’altro alla ricerca di qualcosa, un passaggio che talvolta è descritto in maniera simbolica mentre in altri casi è propriamente fisica.
In Sekai no owari to Hādoboirudo Wandārando 世界の終わりとハードボイルドウアンダーランド ( La fine del mondo e il paese delle meraviglie) la trama si snoda attraverso l’alternarsi dei capitoli in cui sono descritte le due realtà parallele vissute dal protagonista, che tenta di far luce sul fitto mistero che sembra avvolgerle.
Ancora, in Dansu dansu dansu ダンスダンスダンス (Dance dance dance ), il mondo surreale ed oscuro, quello parallelo al nostro, prende forma in un misterioso albergo legato al passato del protagonista.
Che si tratti o meno di un passaggio “fisico” attraverso queste due differenti realtà,in ogni caso, esso rappresenta una ricerca del protagonista che lo porta ad esplorare il proprio inconscio.
Murakami, utilizzando questi espedienti tenta di rendere visibile quella parte della coscienza umana che normalmente per ciascuno di noi è difficile da conoscere se non in maniera superficiale, e che egli definisce con l’espressioneousa l’espressioneo lontane, e due persone totalmente differenti, sono con, e che quindu : “scatola nera”.
Questa compare per la prima volta nel romanzo La fine del mondo e il paese delle meraviglie, in cui la nostra più profonda coscienza viene paragonata alla scatola nera di un aeroplano, la quale contiene tutte le informazioni più importanti relative a ciascun volo. La “scatola nera” diventa quindi ciò che registra tutte le esperienze indispensabili per formare l’identità di ognuno,ciò che rende ciascuno di noi unico rispetto a tutti gli altri esseri umani, ma è anche qualcosa su cui noi non abbiamo controllo, e al cui interno è difficile poter scrutare.
Murakami rende in qualche modo percepibili queste informazioni al protagonista proprio attraverso il parallelismo tra i due mondi della luce e delle tenebre, dando inizio ad un lungo processo di ricerca interiore che non si concluderà tanto semplicemente.
Quell’oscurità che avvolge il nostro inconscio non può essere dissolta se non indagando minuziosamente e prendendo lentamente coscienza di ciò che essa vuole nasconderci.
Murakami Haruki: la nascita di boku
Quando parliamo di uno scrittore in molti casi risulta doveroso fare riferimento anche alla sua biografia, e ciò è quanto mai vero soprattutto nel caso di Murakami Haruki.
Leggendo la sua biografia non possiamo fare a meno di renderci conto che non solo essa costituisce probabilmente la principale fonte d’ispirazione dell’autore, ma anche che in molti casi attraverso i suoi protagonisti, egli cerca principalmente di analizzare se stesso, la propria generazione, la realtà della quale fa parte in prima persona.
Nato a Kyoto nel 1949, trascorre i primi anni della sua vita nella zona del Kansai (ovvero nella zona che comprende Kyoto-Osaka-Kobe) con il padre Chiaki, figlio di un prete Buddhista, che per un certo periodo aveva seguito le orme paterne per poi diventare professore di Lingua e Letteratura giapponese, e la madre Miyuki, figlia di un mercante di Osaka e a sua volta professoressa di Lingua e Letteratura giapponese.
In questo ambiente cresce Murakami Haruki, nonostante tutto poco influenzato dall’atmosfera “tradizionale” che caratterizza le famiglie di entrambi i genitori. Tuttavia, le lunghe conversazioni sulla letteratura nelle quali spesso si intrattengono questi ultimi sono per lui uno stimolo verso quella che sarebbe poi stata anche una sua grande passione. Ben presto infatti pur allontanandosi dai gusti classici della madre e del padre inizia ad appassionarsi alla lettura, sviluppando un grande interesse per autori come Tolstoi o Dostoevski.
E’ dei primi anni del liceo la passione per la letteratura americana, grazie alla quale scopre il piacere di leggere e comprendere opere scritte in una lingua straniera, che forse sarebbe potuta essere solo l’inglese per lui, cresciuto negli anni in cui gli americani avevano occupato il Giappone, lasciandovi un sentimento di ammirazione per l’America e la sua cultura.
Tra tradizione e un crescente cosmopolitismo Murakami si trova ben presto totalmente a suo agio con il continuo aumentare di stimoli culturali provenienti da paesi stranieri, quali appunto l’America, contribuendo a modo suo ad incrementare il forte sentimento di rigetto per la cultura delle generazioni precedenti comune ai giovani cresciuti in quegli anni.
Basti pensare alle opere di un suo coetaneo Murakami Ryū, in cui si avverte questa sorta di disagio attraverso un’atmosfera di degradazione ed oppressione in cui sembra quasi che la cultura tradizionale, il Giappone come appare nei più diffusi luoghi comuni, sia destinata a scomparire per sempre.
Una volta preso il diploma Murakami si trasferisce a Tokyo, dove passa gli esami di ammissione al Dipartimento di Letteratura della Waseda.
Sembra quasi di vedere Toru, protagonista del romanzo Noruwei no mori nella vita universitaria di Murakami. Anche lui interessato alla lettura e alla musica più che allo studio; anche lui poco preso dall’ambiente universitario e tendenzialmente più incline a trascorrere molto tempo per conto proprio.
In questi anni avviene il primo incontro con la futura moglie, Takahashi Yoko.
Una volta presa la decisione di sposarsi, e resosi conto che la conclusione dei suoi studi richiederà ancora del tempo, Murakami decide di fare qualcosa di più concreto, che possa essere un sostegno economico per lui e Yoko. Apre così insieme a lei un locale jazz, il Peter Cat dal nome del vecchio gatto di Haruki. Ovviamente questo non può che ricordare il protagonista di 国境の南太陽の西 Kokkyō no minami taiyō no nishi ( A sud del confine ad ovest del sole ), anche lui proprietario di un locale jazz molto simile a quello dell’autore.
Così come, il gatto al quale è ispirato il nome del bar ricorda in qualche modo quello di Toru in Nejimakidori kuronikuru.
Gli anni trascorsi nello svolgimento di questa attività sono per Murakami a dir poco indispensabili per la sua decisione di diventare uno scrittore. Grazie al solo fatto di poter osservare con attenzione le persone che quotidianamente frequentano il locale egli acquisisce infatti una particolare sensibilità che si rivela poi un requisito indispensabile per la sua attività di scrittore.
La decisione di iniziare a scrivere arriva inaspettatamente, ma allo stesso tempo, con una naturalezza disarmante. Un’idea venuta a galla dal nulla in tutta la sua chiarezza. Murakami decide di diventare uno scrittore.
Da quel momento in poi, tutti gli eventi si susseguono in maniera quasi casuale. La scelta di inviare il suo primo manoscritto alla rivista Gunzō è dettata da ragioni molto pratiche. Questa infatti, era la sola rivista che avrebbe accettato un lavoro della lunghezza di quello presentato da Murakami.
Lo stile di Murakami, sebbene all’epoca lontano dai livelli raggiunti nelle ultime opere, presentava già molti degli elementi che in seguito in tanti avrebbero apprezzato e altri fortemente criticato. I periodi brevi e concisi, i frequenti simbolismi, un io narrante che non è più il watashi o watakushi (io) nella forma più tradizionale utilizzata dagli scrittori fino a quel momento, ma diventa boku ( io) , un pronome secondo lui molto meno pretenzioso e molto più vicino ad “I” inglese, e che contribuisce a dare a tutto il racconto un senso del “reale” a dispetto di tutte le stranezze affrontate dal protagonista.
Attraverso boku , Murakami esplora il proprio mondo, la propria realtà, la società nella quale vive. Boku osserva tutto dal punto di vista di un uomo che ha saputo utilizzare il sentimento di rigetto verso la cultura tradizionale della propria generazione trasformandolo in un punto di vista privilegiato, dal quale osservare una società in costante mutamento, che non rinnega il passato, ma che è costantemente protesa verso il futuro.
I
ねじまき鳥クロニクル Nejimakidori Kuronikuru
I.1 La trama
Pubblicato in Giappone tra il 1994 ed il 1995 in tre volumi, questo romanzo appare come il punto d’arrivo dei primi 15 anni di carriera dell’autore, poiché contiene tutti gli elementi che fino a quel momento avevano caratterizzato le sue opere.
Accanto alla trama principale che vede come protagonista Okada Toru, si snodano diverse altre storie tutte collegate tra di loro.
Toru è, come per gran parte dei personaggi dei romanzi di Murakami, un uomo che vive al di fuori dei meccanismi della società. Dopo aver lavorato per un periodo presso uno studio legale decide di lasciare quel lavoro che svolgeva senza il minimo entusiasmo, ed inizia ad occuparsi delle faccende domestiche, mentre la moglie Kumiko lavora presso la redazione di una rivista. Non ha ben chiaro in mente cosa vorrebbe fare della sua vita, lascia che il tempo scorra giorno dopo giorno e le sue uniche occupazioni sono leggere e cucinare per sé e per Kumiko, senza prendere in considerazione troppo seriamente la possibilità di cercare un nuovo impiego. Inizialmente la sua decisione sembra non preoccupare troppo la moglie, che gli ripete più volte di non avere fretta e prendersi tutto il tempo di cui ha bisogno per ritrovare il proprio equilibrio. Paradossalmente a sconvolgere la tranquillità della coppia è la scomparsa del gatto, Wataya Noboru, che porta il nome del fratello di Kumiko, con il quale l’animale sembra avere delle buffe somiglianze. Wataya Noboru, che per tutta la prima parte del romanzo non ci viene presentato se non in maniera indiretta, è in qualche modo uno dei personaggi attorno al quale ruotano molte delle vicende vissute da Toru, e di certo il fatto che la scomparsa del gatto che porta il suo stesso nome provochi un tale disagio nella coppia, preannuncia già il ruolo tutt’altro che positivo che egli avrà nel seguito della narrazione.
Parallela alla storia della coppia è quella di Kano Malta e Kano Creta, due sorelle contattate da Kumiko per scoprire qualcosa riguardo l’improvvisa scomparsa del gatto. Creta rivela a Toru come la sua vita sia stata sconvolta dal fratello della moglie, Wataya Noboru, e come anche per lei sia stato difficilissimo ritrovare un proprio equilibrio dopo il loro incontro.
Ancora un’altra storia è quella raccontata dal tenente Mamiya, reduce dalla guerra in Manciuria. Avendo preso parte ad una delicata missione diplomatica era stato sorpreso durante la notte insieme ai suoi commilitoni e costretto ad assistere alla morte di un suo superiore, scuoiato vivo da un ufficiale russo, prima di essere abbandonato sul fondo di un pozzo nel bel mezzo del deserto. Il tenente Mamiya è l’esecutore del testamento del signor Honda, un anziano uomo dal quale periodicamente Toru e Kumiko si erano recati nei primi anni del loro matrimonio, e che pare avesse la capacità di predire gli eventi futuri. Alla sua morte, Mamiya si reca a casa Okada per consegnare a Toru qualcosa che Honda gli ha lasciato, e durante la sua visita gli racconta la sua terribile storia. In seguito a questa sconvolgente esperienza la sua vita non era stata più la stessa. Bloccato sul fondo del pozzo il tenente Mamiya era forse riuscito a percepire la parte più nascosta della propria coscienza; a comprendere il significato stesso dell’esistenza attraverso un unico raggio di sole che una sola volta nell’arco di ventiquattro ore, squarciava l’oscurità nella quale era costretto.
Il racconto dell’ uomo incuriosisce Toru al punto da spingerlo a provare a sua volta l’esperienza da lui vissuta. Calatosi nel pozzo di una casa abbandonata, egli riesce a trasformarlo in una “porta” attraverso la quale raggiungere un’ altra realtà; una misteriosa stanza d’albergo nella quale una strana donna sembra attendere proprio lui.
Nell’ ultima parte del romanzo fa la sua comparsa una strana coppia, Akasaka Nutmeg e suo figlio Akasaka Cinnamon. I due hanno alle spalle una dolorosa storia il cui teatro è ancora una volta la Manciuria durante gli anni della guerra.
Mondi diversi ed epoche diverse. Mondi reali e mondi paralleli alla realtà si intrecciano tra loro a poco a poco, grazie al ruolo di “ascoltatore” assunto da Toru, che attraverso le esperienze di cui diventa depositario e le difficoltà che è costretto ad affrontare, tenta di ritrovare o forse raggiungere per la prima volta un equilibrio nel rapporto con Kumiko ed in questo modo convincerla a tornare da lui.
I.2 Mitologia e fenomeni paranormali
Considerando la grande presenza di elementi paranormali, o in un certo senso quasi surreali, presenti nelle opere di Murakami, viene spontaneo chiedersi quale sia il tipo di rapporto che l’autore ha con questo genere di fenomeni. La stessa Yoshimoto Banana, che pur avendo uno stile totalmente differente da Murakami parla molto spesso nelle sue opere di temi analoghi, ha dichiarato durante un’intervista:
Ai poteri paranormali credo, perché conosco persone che ne sono dotate. Non posso fare a meno di crederci perché ne sono stata testimone più volte. Ma io li considero normali, non paranormali.
Per quanto riguarda Murakami il discorso è sicuramente diverso. Pur avendo infatti affermato di avere un atteggiamento molto pragmatico nella vita di tutti i giorni, ha aggiunto di riuscire in una certa misura a comprendere le persone semplicemente concentrandosi su di loro, e di usare spesso questo genere di energia nello scrivere le sue opere, nelle quali questi elementi diventano un mezzo per dare forma all’ inconscio dei protagonisti. D’altra parte le frequenti e minuziose descrizioni di particolari che caratterizzano la vita di tutti i giorni dei personaggi, quali la preparazione del pranzo o i riferimenti a brani musicali e romanzi, rendono la narrazione estremamente reale collocandola nella quotidianità. E’ proprio questa quotidianità ad essere completamente sconvolta da forze oscure e sconosciute, che alterano il normale corso degli eventi e i rapporti tra causa ed effetto. Forze che si manifestano nella maggior parte delle volte come eventi apparentemente di scarsa importanza, ma portano poi a conseguenze inaspettate.
Un aspetto di sicuro molto interessante è anche l’interesse di Murakami per il mito di Orfeo ed Euridice. Questo narra la vicenda di Orfeo, che in seguito alla morte di Euridice, la fanciulla da lui amata, decide di recarsi nel regno dei morti per chiedere che ella sia riportata in vita. Di sicuro il mito presenta molte analogie con quello giapponese di Izanagi ed Izanami, ma non solo. A ben guardare infatti, numerose analogie possono essere riscontrate anche nella struttura di molte delle opere dell’autore. La presenza costante di due mondi paralleli, uno della luce, l’altro delle tenebre, ricordano infatti il parallelismo tra il mondo dei vivi e quello dei defunti presente in entrambi i miti. I protagonisti dei romanzi di Murakami, come abbiamo visto, si avventurano nelle tenebre di una realtà parallela alla propria alla ricerca di qualcosa, talvolta di qualcuno.
In Nejimakidori Kuronikuru troviamo con questi miti un analogia forse ancora più forte. Toru, come Orfeo ed Izanagi, perde la donna che ama. Anche lui non si arrende a ciò, non si arrende al pensiero di non poterla rivedere, e decide di avventurarsi in un mondo oscuro in cui ogni cosa appare illogica, spaventosa. Kumiko non è morta, ma la condizione in cui si trova non gli consente di riaverla con sé, poiché si trova in un luogo dal quale non le è possibile allontanarsi. Anche a Toru inoltre viene imposta una condizione simile a quella imposta ai protagonisti dei due miti. Così come Orfeo ed Izanagi non potranno vedere la donna amata prima che questa sia tornata in vita, anche Toru non può vedere il volto della donna che lo attende nella stanza 208. Non può accendere la luce e dissolvere le tenebre che avvolgono quel luogo.
I.3 Il rapporto di Toru e Kumiko
La trama di Nejimakidori Kuronikuru racconta essenzialmente
la difficoltà di comunicare che purtroppo caratterizza oramai la nostra società, e forse ancora di più una società come quella giapponese.
Nel primo capitolo Toru riceve una strana telefonata. La voce di una donna, che per quanto si sforzi egli non riesce a riconoscere, esordisce dicendo :
”Vorrei dieci minuti del tuo tempo”
La donna continua dicendo che anche solo dieci minuti sarebbero sufficienti per comprendersi alla perfezione. Toru non comprende il significato di quelle parole ma ne rimane comunque molto turbato, e questo suo turbamento anticipa forse qualcosa di cui egli si renderà conto solo molto avanti.
Quella voce non è di altri che di Kumiko. Non è altro che una richiesta d’aiuto alla quale egli non riesce a reagire. Una richiesta d’aiuto che giunge al marito dal più profondo della sua coscienza ma che purtroppo non può ancora essere esaudita.
Il fatto stesso che in più di un caso Kumiko riesca a comunicare con Toru solo tramite il telefono o come avviene in seguito al suo allontanamento, tramite un computer, è certamente un ulteriore modo di sottolineare la reale difficoltà della coppia nel comunicare.
Nonostante la loro decisione di sposarsi fosse stata dettata dall’amore che essi provavano l’uno per l’altra, Kumiko aveva sempre fatto mistero di alcuni eventi del proprio passato. Limitandosi ad accettare le cose così com’erano senza preoccuparsi più di tanto delle conseguenze, Toru non aveva più chiesto nulla alla moglie riguardo ciò che sembrava talvolta turbare la sua serenità, convincendosi che al momento giusto sarebbe stata lei ad aprirsi con lui. La coppia si era quindi progressivamente allontanata.
E’ un evento che potrebbe essere considerato banale a dare per la prima volta a Toru la sensazione di non aver mai effettivamente conosciuto la moglie fino infondo. L’acquisto di alcuni fazzoletti colorati irrita Kumiko che lo rimprovera di non aver mai fatto caso a quanto quel genere di cose le avesse sempre dato fastidio, o del fatto che non avesse mai una sola volta in sei anni di vita insieme, cucinato della carne con peperoni, il cui solo odore le provocava disgusto.
Quella notte sdraiato di fianco a Kumiko nella camera da letto a luce spenta, guardavo il soffitto e mi chiedevo che cosa in realtà sapessi di quella donna.( p 40)
Certo, una cosa del genere poteva essere tranquillamente dimenticata nel giro di pochi giorni. Nonostante tutto però, qualcosa turba il protagonista che si convince di avere in qualche modo percepito un problema reale.
Magari mi trovavo sulla soglia di un mondo esclusivo di Kumiko, a me sconosciuto, che si dilatava al di là. Me l’immaginai come una vastissima stanza buia, dentro alla quale io mi trovavo con un piccolo accendino in mano. Ma alla fiamma dell’accendino se ne poteva vedere solo un angolo.(p 41)
L’improvvisa scomparsa di Kumiko lascia Toru quasi incredulo. Inizialmente egli infatti non riesce a comprendere le ragioni del gesto della moglie. Rivive nella propria mente ogni attimo dell’ultima mattina trascorsa insieme. Le cose erano andate come sempre, tuttavia qualcosa lo aveva profondamente turbato, il profumo di Kumiko. Un profumo costoso, che di sicuro le era stato regalato da qualcuno, una collega forse o un conoscente, ma lui questo non poteva saperlo perché la donna non gliene aveva mai parlato. E così, quello che sarebbe potuto essere un particolare senza valore, si era trasformato lentamente in un segreto. Un altro segreto tra loro. Kumiko era andata via senza portare con sé effetti personali, solo un vestito ritirato dalla lavanderia prima di sparire nel nulla.
Fin dall’inizio, egli aveva percepito in lei “l’esistenza di una zona segreta” , come se nonostante fossero l’uno accanto all’altra, in alcuni momenti lei si trovasse altrove, in un luogo dove a lui sarebbe stato impossibile raggiungerla.
Con una lunga lettera Kumiko tenta di spiegare a Toru le ragioni che l’hanno spinta a prendere una decisione tanto drastica. Kumiko aveva un’amante, ma anche così non è molto facile trarre delle conclusioni. Pur non avendo la minima intenzione di tradire il marito, un forte desiderio nei confronti di un uomo quasi del tutto sconosciuto la aveva spinta a vivere due vite parallele. Da una parte la vita di tutti i giorni con Toru, l’uomo che amava e che rappresentava la sua famiglia. Dall’altra un perfetto sconosciuto per il quale inspiegabilmente provava un violento desiderio sessuale, per il quale aveva messo a rischio la propria serenità con il marito. Kumiko ancora una volta, parla di “qualcosa” di sconosciuto che l’ha portata ad agire così, e che lei non riesce ancora ad identificare. Per scoprire i motivi delle sue azioni si allontana dal marito.
Vorrei sapere esattamente cos’è quella cosa. Devo saperlo, a tutti i costi. Devo cercarne le radici, giudicarla, e punirla. Ma non so se ce la farò, se da sola ne avrò la forza. Questo però è un problema soltanto mio, tu non c’entri niente.(p 327)
Toru non riesce a darsi pace. A differenza dei protagonisti di molte delle opere di Murakami, egli decide ad un certo punto, di non poter più accettare passivamente tutto ciò che gli accade, che ha bisogno di agire, di dare una risposta a ciò che gli sta accadendo, di scoprire cosa gli sta accadendo, e perché. Desidera a tutti i costi riportare a casa la donna che ama e rischiarare quelle zone d’ombra che avevano sempre in qualche modo turbato il loro rapporto. Pur sapendo che ci vorrà molto tempo. Pur sapendo che non sarà una cosa facile.
Durante un’intervista Murakami ha dichiarato di aver compreso dopo anni di matrimonio, che lo scopo stesso di quest’ultimo non è cercare di colmare attraverso la presenza di un’altra persona ciò che sentiamo mancare in noi, ma piuttosto, comprendere cos’è che manca in noi e cercare il modo di mettere a posto le cose senza però contare sull’appoggio del partner. Solo la persona interessata può secondo lui riuscire in quest’impresa, senza contare su nessun altro. Ecco perché per riuscire a riportare Kumiko indietro, la prima cosa da fare per Toru è fronteggiare le proprie paure e sconfiggere i propri demoni, ed è forse proprio a causa del suo continuo rimandare questa lotta che egli non riesce a percepire le continue richieste d’aiuto della moglie. E’ forse proprio per questo che quest’ultima si convince che oramai non ci sia più modo di rimettere le cose a posto.
I.4 Il demone di Toru: Wataya Noboru
Fratello maggiore di Kumiko, pur apparendo per la prima volta solo nella seconda parte del romanzo è sicuramente una delle figure centrali, anche perché fin dall’inizio ci rendiamo conto che egli incarna per Toru un vero e proprio demone, una persona negativa, dalla quale tenersi a debita distanza.
Va detto però, che il racconto che Kumiko fa al marito riguardo la vita del fratello, ce ne dà almeno in parte l’immagine di una vittima: cresciuto come unico figlio maschio, e sottoposto per questo a continue pressioni da un padre convinto che in una società come quella giapponese fosse indispensabile per avere successo, farsi largo a gomitate ed elevarsi con ogni mezzo al di sopra degli altri. Non a caso probabilmente il suo nome in giapponese può essere interpretato come noboru 昇る ( ascendere, andare su ). Per entrambi i genitori, egli doveva impegnarsi per non essere secondo a nessuno, e Noboru si impegna per non deludere le aspettative dei propri genitori. Eccelle nello studio, raggiunge i traguardi che il padre ha fissato per lui, ma non riesce a conciliare tutto questo con quella che potrebbe essere definita una vita normale. Si isola, cresce nella quasi totale alienazione. Dopo essersi laureato, continua la carriera universitaria e scrive un lungo trattato sull’economia che riscuote un grande successo. Esaltato dai media, in poco tempo inizia ad essere considerato un intellettuale degno di ogni rispetto, e in quel mondo sembra aver trovato il suo habitat naturale.
Il mondo della televisione stava in qualche modo ripagando anni di sacrifici e frustrazioni, dandogli il potere di servirsi del proprio carisma per affascinare, quasi incantare le persone.
Per Toru, Noboru è una persona del tutto vuota. Priva di ogni genere di principio, ma in grado di manipolare chiunque a proprio piacimento, e questo fa di lui un perfetto prodotto per i mass media.
Tra i due uomini non esiste un buon rapporto, o meglio, non esiste alcun tipo di rapporto, dal momento che l’unico sentimento che essi sembrano provare reciprocamente, è il disprezzo.
La morte della sorella più grande di Kumiko inoltre, sembra nascondere ulteriori zone d’ombra, e ancora una volta il ruolo di Noboru nella vicenda dà adito a molti sospetti. Infatti la natura del suo rapporto con la sorella, morta suicida a soli dodici anni non appare molto chiaro, e più di una volta Kumiko è portata a credere che in qualche modo sia stato proprio il fratello a causare il gesto della ragazza.
Il racconto di Kano Creta rivela allo stesso modo la natura diabolica di Noboru. La donna per lungo tempo aveva sofferto a causa di estrema sensibilità al dolore. L’intensità anormale con cui lo percepiva più di una volta le aveva impedito di vivere normalmente. Dopo anni di questo calvario, Creta aveva deciso di suicidarsi, pensando che le sarebbe stato impossibile continuare in quel modo. Tuttavia il suo tentativo di togliersi la vita era fallito, e in seguito a quell’ episodio paradossalmente aveva perduto totalmente la percezione del dolore e di ogni genere di sensazione. Seguendo lo scorrere degli eventi si era ritrovata a lavorare come prostituta, e proprio in quelle vesti una notte aveva incontrato Wataya Noboru. L’uomo era riuscito a portarle via qualcosa. Creta aveva avuto la sensazione reale che qualcosa le fosse stato strappato, da quel momento in poi lei non era stata più la stessa persona ,e in seguito all’incontro con Wataya Noboru aveva impiegato tempo ed energie per ritrovare quell’equilibrio che con tanta violenza era stato distrutto.
Nell’ultima parte del romanzo Toru incontra un altro personaggio la cui natura potremmo definire “malvagia”: Ushikawa. L’uomo lavora per Wataya Noboru, il quale gli ordina di recarsi da Toru per trovare un punto d’incontro riguardo la questione di Kumiko. Egli sembra esservi interessato in un modo che insospettisce Toru.
Perché un uomo che ha nelle sue mani tanto potere, dovrebbe preoccuparsi del matrimonio della sorella al punto da inviare un suo dipendente a parlare con il marito per chiarire la situazione?
Ushikawa ci viene presentato come un uomo miserabile, trasandato, quasi una proiezione di quella natura malvagia e negativa che lo stesso Wataya Noboru riesce a nascondere attraverso i sui modi eleganti e distinti.
Di tutte le persone che avevo incontrato fino ad allora, era senza ombra di dubbio una delle più laide. Non era solo brutto d’aspetto, c’era in lui qualcosa di sgradevolmente viscido che non riuscivo a definire. Simile al senso di repulsione che si prova quando nel buio si tocca con la mano qualche grosso strano insetto. Più che una persona in carne ed ossa, sembrava uscito da un vecchio incubo da tempo dimenticato. (p 526)
E’ lo stesso Ushikawa però a rivelarci ancor più dettagliatamente quanto profondamente oscura, sia la natura di Wataya Noboru, che egli definisce “Un ripugnante impostore. Un miserabile ciarlatano”. Ushikawa decide di smettere di lavorare per lui quando si accorge di quanto profondamente egli sia malvagio. Pur riconoscendo di avere molto in comune con lui, l’astuzia di Noboru nel saper utilizzare magistralmente le sue capacità ed il suo carisma assieme alla crudeltà insita nel suo animo spingono Ushikawa a licenziarsi.
Il cognato di Toru smette di apparire come una vittima dei meccanismi alienanti della società, e diventa qualcuno che proprio grazie a quei meccanismi ha costruito la propria immagine, la propria fortuna. Un uomo privo di scrupoli e capace di sconvolgere le persone prendendo da loro “qualcosa” della loro anima. E’ forse proprio a causa sua che Kumiko, è stata trascinata in un luogo oscuro dal quale non le è possibile tornare. Anche lei probabilmente, ha subito lo stesso tipo di violenza di Creta e della sorella che tanti anni prima, non potendo sopportare ciò che le era stato fatto, aveva deciso di togliersi la vita. Di sicuro la sua convinzione, di portare dentro di se almeno in parte, il seme della malvagità che scorgeva nel fratello, aveva fatto sì che per Noboru fosse ancora più semplice relegarla nelle tenebre di quel mondo parallelo dal quale ora spetta a Toru salvarla.
Se per queste donne, come abbiamo visto, Wataya Noboru rappresenta il “carnefice”, o nel caso specifico di Kumiko, una sorta di “carceriere”, per Toru egli incarna l’ostacolo da superare per raggiungere il suo obiettivo.
Nella visione del matrimonio e di ciò che l’unione tra due persone può dare secondo Murakami, Wataya Noboru rappresenta per Toru le paure che egli deve affrontare, una parte di se stesso che deve necessariamente comprendere, e migliorare qualora sia necessario.
I.5 Akasaka Nutmeg e Akasaka Cinnamon
Akasaka Nutmeg e suo figlio Cinnamon fanno la loro comparsa nell’ultima parte del romanzo e come abbiamo visto per altri personaggi, anche loro sembrano essere misteriosamente connessi con il protagonista. Nutmeg, nata in Giappone ma cresciuta durante i primi anni della sua infanzia nel continente cinese, era fuggita durante gli ultimi anni della guerra insieme alla madre da Hsin-Ching, dove il padre lavorava come direttore di uno zoo. Costretta per lungo tempo a vivere in grandi ristrettezze economiche, con il tempo aveva scoperto una discreto talento nel disegno, e gradualmente aveva sviluppato una grande passione per la moda. Disegnare era per lei motivo di gioia, un modo per allontanarsi dalla realtà che oltretutto non richiedeva denaro. Proprio per assecondare questa sua passione aveva abbandonato la scuola e ben presto il suo talento aveva avuto il giusto riconoscimento.
Pochi anni dopo, l’incontro con il marito, anch’egli uno stilista esordiente.
Per molti versi il rapporto che esiste tra Nutmeg ed il marito ricorda quello di Toru e Kumiko. Il tempo le incomprensioni e la difficoltà sempre maggiore di comunicazione all’interno della coppia, avevano sempre più raffreddato il loro amore anno dopo anno.
La morte del marito di Nutmeg arriva in maniera inaspettata. Una notte viene ucciso in una stanza d’albergo, ed il suo assassino senza una ragione apparente, infierisce sul suo corpo senza vita asportandogli alcuni organi. In seguito a ciò Nutmeg aveva perso totalmente ogni stimolo nel suo lavoro che pure per anni aveva svolto con tanta gioia. Quasi contemporaneamente però, un giorno si era resa conto di possedere uno strano potere “terapeutico”, e ne aveva fatto la sua nuova attività.
Proprio questo potere fa sì che la donna si interessi a Toru, che sembra essere dotato di capacità molto simili. Nutmeg infatti gli propone di iniziare a lavorare per lei.
Figura altrettanto enigmatica è anche Cinnamon, che da molti è stato in qualche modo definito come il personaggio del romanzo più vicino a Toru e a lui più simile. Improvvisamente, durante la sua infanzia, aveva smesso totalmente di parlare e da allora aveva a suo modo imparato ad esprimersi in maniera sorprendentemente chiara con le persone che lo circondavano. Era cresciuto ascoltando i racconti della madre sulla Manciuria, gli anni della guerra e tutte le difficoltà che ella aveva dovuto affrontare nel corso degli anni. Così come Toru, attraverso quei racconti aveva cercato di ricostruire la propria identità, di illuminare delle zone d’ombra, di trovare delle risposte.
Con il passare del tempo, Nutmeg racconta a Toru la sua vita e lentamente egli vi individua numerosi punti in comune con i misteriosi eventi che hanno sconvolto la sua vita. Nei racconti della donna sulla guerra in Manciuria riecheggia il verso dell’ Uccello-giraviti. Sul volto del padre di Nutmeg compare una voglia identica alla sua. Il cerchio inizia a stringersi, e la soluzione dell’enigma sembra farsi sempre più vicina.
II
L’elemento fantastico nell’economia del romanzo
II.1 L’uccello che girava le viti del mondo
L’elemento fantastico, pur essendo presente in quasi tutte le opere di Murakami, si presenta a seconda dei casi, con caratteristiche diverse. Un caso a parte è rappresentato da Noruwei no mori poichè l’autore delinea una trama estremamente realistica se paragonata ai suoi precedenti lavori, ma anche qui è possibile percepire un senso di irrealtà attraverso il continuo passaggio dal presente al passato sulla scia dei ricordi del protagonista come pure attraverso il mistero che sembra avvolgere gli eventi narrati.
Per quanto riguarda Nejimakidori kuronikuru invece, fin dall’inizio la trama appare avvolta da un fitto mistero. Ci chiediamo fin da subito chi sia la donna che chiama insistentemente Toru al telefono, o per quale motivo Kumiko sia così turbata dalla scomparsa del gatto, quale sia il segreto delle due sorelle Kano, e andando avanti il mistero sembra infittirsi sempre più.
La presenza dell’ “uccello-giraviti” con il suo verso stridente è un’altra costante della trama del romanzo. Toru non lo ha mai visto ma il suo verso ha in qualche modo scandito il suo tempo con Kumiko nella casa dove avevano vissuto per anni.
Dagli alberi intorno arrivava costantemente il verso di un uccello, stridente come se qualcuno stesse avvitando qualcosa. Noi lo chiamavamo l’uccello- giraviti. Era stata Kumiko a chiamarlo così. Il suo vero nome non lo sapevamo, non sapevamo neanche che aspetto avesse. Ma questo all’uccello- giraviti era indifferente, ogni giorno veniva sugli alberi li intorno a stringere le viti del nostro piccolo mondo tranquillo. (p 13)
Ad un certo punto Toru non riesce più a sentire quel verso. Il meccanismo si è incagliato, “la corrente è stata ostacolata”.
Il canto stridente dell’uccello-giraviti rappresenta in questo romanzo lo scorrere del tempo ed accomuna epoche diverse e lontane.
Nel racconto di Akasaka Nutmeg ambientato durante la guerra in Manciuria, un soldato continua a sentire il suo verso. Lo stesso soldato della storia di Nutmeg, compare anche nei racconti di Cinnamon, intitolati “Cronache dell’uccello-giraviti”.
La sua presenza sembra contribuire a creare un filo logico dando un senso di unità ad eventi lontani dal punto di vista temporale, continuando a girare le viti che tengono insieme il mondo.
II.2 Collegamenti metonimici: la scomparsa di Kumiko
Come abbiamo visto Murakami parla più volte di una “scatola nera”, a volte in maniera indiretta, a volte invece, come nel caso di “ La fine del mondo e il paese delle meraviglie” utilizzando direttamente il termine stesso. Con esso egli intende definire qualcosa che contiene tutte le esperienze di ogni essere umano rendendolo unico e diverso da tutti gli altri. E’ quanto di più intimo ciascuno di noi possegga, e nonostante ciò non ci è dato di conoscere ciò che essa racchiude. Murakami però per rendere visibile, in alcuni casi addirittura tangibile il contenuto della “scatola nera”, crea delle connessioni tra ciò che si trova nella parte più oscura dell’animo del protagonista e la sua coscienza. Si tratta di collegamenti indiretti però, ed in ogni caso del tutto involontari, che potremmo definire metonimici. Quando parliamo di metonimia intendiamo la “designazione di un entità qualsiasi mediante il nome di un’altra entità che stia alla prima come la causa sta all’effetto, e viceversa”. Nella maggior parte dei casi l’autore si serve di questo tipo di collegamenti partendo dalla scomparsa di una persona cara al protagonista che dà inizio ad un lungo processo di ricerca, e si trasforma soprattutto in una lenta presa di coscienza di sé più che in una vera e propria ricerca della persona scomparsa.
In ciò, Nejimakidori Kuronikuru non rappresenta un’eccezione, e ce ne rendiamo conto fin dall’inizio. Già nel primo capitolo infatti, l’autore ci parla della scomparsa del gatto, Wataya Noboru, che crea le prime incomprensioni tra i due coniugi. Kumiko vorrebbe che Toru si impegnasse maggiormente nelle ricerche, gli chiede di provare ad esplorare un vicolo nei pressi della loro abitazione che da anni è chiuso al passaggio, e dove non vi sono altro che erbacce. Mentre però la moglie prende questa faccenda estremamente a cuore, non si può dire lo stesso per Toru. Per Kumiko, la scomparsa del gatto sembra significare molto più di quanto non significhi per lui.
In seguito, è la stessa Kumiko a scomparire. Toru cerca in ogni modo di comprenderne le ragioni. Non riesce a darsi pace neppure quando il fratello della moglie gli rivela che quest’ultima, avendolo per lungo tempo tradito con un altro uomo, aveva deciso alla fine di lasciarlo e di chiedere il divorzio, neppure quando è la stessa Kumiko tramite una lettera, a rivelare a Toru il proprio tradimento, a parlargli apertamente delle ragioni che l’hanno spinta a prendere la decisione di allontanarsi da lui. E’ proprio il progressivo allontanarsi di Kumiko, a dare inizio al processo tramite il quale il protagonista riesce a gettare un timido sguardo all’interno della “scatola nera”, che nel romanzo in questione potrebbe essere rappresentata da un luogo misterioso, la stanza di un albergo, la stanza 208.
E’ in sogno che Toru riesce per la prima volta a raggiungerla. Una stanza arredata in vecchio stile, quasi totalmente avvolta dal buio, nella quale non è possibile scorgere che qualche dettaglio. Una bottiglia di Cutty Sark, un quadro raffigurante un fiume sulla cui superficie splende la luna. Ma è anche il luogo dal quale fin dal primo capitolo giungono le telefonate di una donna la cui identità sembra essere a Toru del tutto sconosciuta.
Solo nell’ultima parte del romanzo egli riuscirà a comprendere che si tratta proprio della moglie Kumiko. Quelle telefonate sono tentativi da parte della donna di chiedere aiuto al marito, probabilmente nella speranza che sia proprio lui ad aiutarla a comprendere quel qualcosa dentro di lei che la turba così tanto da non riuscire neppure a parlarne. Toru però neppure in questo caso riesce a comunicare con lei, non si accorge di ciò che le sta accadendo, e se talvolta Kumiko rincasa tardi o ha degli atteggiamenti strani, lui si limita ad appigliarsi alla fiducia che ha in lei, a ripetersi che non serve preoccuparsi seriamente. Anche quando l’episodio dei fazzoletti decorati e la carne con i peperoni, fanno scattare in lui un campanello d’allarme, Toru si limita a prenderne atto, ma fondamentalmente non cambia il suo atteggiamento. La richiesta d’aiuto di Kumiko da quel luogo lontano che è la stanza 208 resta così senza risposta.
Nei sogni in cui Toru riesce a raggiungerla, la donna che lo attende in quella stanza è Kano Creta, una delle due sorelle contattate da Kumiko alla scomparsa del gatto. Creta aveva raccontato la sua storia a Toru: della sua lotta contro il dolore, inteso come dolore fisico che la aveva accompagnata per anni, fino al suo tentativo di togliersi la vita in seguito al quale era diventata totalmente insensibile a qualunque stimolo esterno. Della sua decisione di prostituirsi, ed in seguito, dell’incontro con Wataya Noboru, l’uomo che aveva in qualche modo “violato il suo corpo” strappandole via qualcosa che neppure lei riesce a definire, ma che aveva in qualche modo posto fine a quella che fino a quel momento era stata la sua vita. Da allora, con l’aiuto della sorella Malta, Creta aveva tentato di riprendere da capo con un nuovo nome, una nuova vita. Era diventata una “prostituta mentale”, come essa stessa si definisce, e proprio in tale veste aveva incontrato tante volte Toru in quella strana stanza d’albergo, che in qualche modo però sembra a sua volta essere collegata a Wataya Noboru.
II.3 Un tunnel tra due mondi: il pozzo prosciugato
In seguito allo sconvolgente racconto del tenente Mamiya, Toru decide di provare lo stesso tipo di esperienza e si cala nel pozzo prosciugato di una casa abbandonata nel vicinato. Il vecchio tenente era rimasto nell’oscurità per diversi giorni, senza poter mangiare, senza indumenti, patendo il freddo e quasi perdendo totalmente la cognizione del tempo. Passando le ore nell’attesa di quell’unico raggio di sole che avrebbe illuminato l’oscurità di quel luogo. In quella luce, aveva detto di aver percepito “un meraviglioso senso di unità” .
Ecco, il vero significato della vita era in quella luce che durava soltanto poche decine di secondi. (p 201)
Nonostante la situazione fosse disperata, nonostante il desiderio di morire pur di scampare a quella sofferenza fosse attimo dopo attimo sempre più forte, quella luce era riuscita a dargli il coraggio di credere nelle parole del caporale Honda, secondo le quali, non era lì che lui sarebbe morto.
Qualche giorno dopo la visita del tenente Mamiya, Toru si reca nel cortile della casa abbandonata e munitosi di una scala di corda, si cala all’interno del pozzo.
Il pozzo nel quale si cala il protagonista è inteso metaforicamente come una sorta di tunnel che permette di raggiungere un altro mondo. Il nome stesso del protagonista d’altra parte, potrebbe essere interpretato in questo senso con il significato del verbo giapponese tōru 通る ( attraversare ), sebbene in una successiva stesura del romanzo, per questo nome, inizialmente scritto in katakana, fosse stato usato il kanji di toru 取る (ricevere ) che sembra riferirsi più al ruolo “passivo” che egli assume, nell’ascoltare le storie che gli vengono narrate da tutte le persone che egli incontra. Anche il nome di Kumiko, sembra avere un particolare significato che potrebbe rimandare alla metafora del pozzo. Il verbo kumu くむ (attingere ) può essere infatti inteso con il significato di ito kara mizu wo kumu 井戸 から水をくむ ( attingere l’acqua dal pozzo ). Se infatti il pozzo in sé simboleggia un passaggio, l’acqua al suo interno assume invece il ruolo di contenuto della psiche. Il pozzo in cui sceglie di calarsi Toru, è prosciugato. Egli stesso si trova quindi ad assumere il ruolo dell’acqua. Diventa pura psiche. Ad un tratto egli non riesce più ad avvertire la “materialità” del proprio corpo. La sua coscienza sembra liberarsi in maniera del tutto naturale da ciò che fino a quel momento l’aveva tenuta prigioniera, tanto che ben presto, ogni barriera scompare.
In quel buio dal contenuto peculiare, i miei ricordi trovarono una lucidità che non avevano mai avuto. Le immagini frammentarie che quei ricordi evocavano dentro di me erano prodigiosamente vivide in ogni dettaglio, reali al punto che sentivo di poterle afferrare con le mani. (p 263)
E ancora:
Sapere che il mio corpo era li e non riuscire a vederlo era una sensazione strana. A stare a lungo fermi nelle tenebre, a poco a poco viene meno al certezza di esistere. (p 276)
Mi sembrava che la coscienza stesse trascinando il corpo nel suo territorio, come se dentro di me si stesse verificando un silenzioso e combattuto tiro alla fune. Nelle tenebre l’equilibrio tra i due elementi si era fortemente alterato. Tutt’a un tratto pensai che il corpo tutto sommato non fosse altro che un guscio temporaneo ad uso della coscienza (p 276)
Ciò che separa Toru dalla stanza 208, ovvero da ciò che giace nel lato più oscuro e profondo della sua coscienza, è solo la parete del pozzo alla quale è appoggiato. Egli però riesce a superare anche quell’ostacolo e ad esplorarla scoprendo lati di sé che non avrebbe mai neppure immaginato. Rivive momenti del proprio passato, come il primo incontro con Kumiko. Ricorda la decisione della donna di abortire dopo essere rimasta incinta durante il terzo anno di matrimonio. Una decisione sofferta, ma presa senza quasi consultarlo, nella convinzione che nella sua famiglia ci fosse qualcosa di sbagliato, che doveva essere necessariamente fermato in qualunque maniera.
Ancora lì, in quel pozzo, Toru fa un sogno, o come egli stesso sostiene “più che un sogno era qualcosa che ne aveva preso la forma”. Vede la hall di un albergo, un megaschermo sul quale è proiettata l’immagine di Wataya Noboru. Il mondo intero sembra immobile, tutti sembrano essere totalmente presi dai suoi discorsi. Le parole dell’odiato cognato lo irritano, ed egli si spinge ancora una volta fino alla stanza 208, nonostante stavolta, per qualche motivo, qualcosa sembri proibirglielo. Tuttavia inizialmente egli sembra non ricordare il numero della stanza. Una volta giuntovi, ad aspettarlo come sempre, una donna.
”Non accendere la luce”
Toru chiede insistentemente spiegazioni. Vorrebbe capire quale mistero si cela dietro tutto quello che gli sta succedendo
Ormai sono stufo di enigmi. Quello di cui ho bisogno sono fatti concreti. Qualcosa di reale che possa prendere in mano, che possa usare come una leva per aprire le porte, è questo che voglio. (p 293)
Le parole della donna sembrano come sempre misteriose ed enigmatiche. Toru ancora non riesce a comprenderne il senso. Per quanto si sforzi, le richieste d’aiuto di Kumiko risuonano alle sue orecchie come un codice che non può ancora essere decifrato
Okada Toru, trova il mio nome, per favore. Anzi non è necessario che ti sforzi di trovarlo. Lo conosci già. Basta che tu te lo faccia venire in mente. Se riuscirai a indovinare il mio nome, io potrò andarmene da qui. (293)
Improvvisamente qualcuno entra nella stanza, e Toru è costretto a fuggire perché quella persona potrebbe arrivare ad ucciderlo se lo trovasse lì. Percepiamo la presenza sinistra di Wataya Noboru, ancora una volta. La donna lo trascina nell’oscurità, e i due, come fosse la cosa più naturale del mondo, passano attraverso la parete della stanza. Toru prova un’intensa sensazione di bruciore sulla guancia destra. Al suo risveglio è nuovamente sul fondo del pozzo, convinto però che l’esperienza appena vissuta sia stata molto più di un sogno. Una voglia bluastra sulla guancia sarà il simbolo di un processo avvenuto negli istanti trascorsi in quella strana stanza d’albergo. Il simbolo forse di qualcosa che inizia a venire a galla dalla parte più profonda della sua coscienza.
Una volta resosi conto del fatto che la donna che lo attende nelle tenebre di quel luogo è proprio Kumiko, Toru ha un unico obiettivo: trovare il modo di riportarla indietro.
Kumiko è prigioniera di se stessa, dei suoi timori, quei timori che Noboru è riuscito a sfruttare affinché fosse lei stessa a prendere la decisione di allontanarsi dal marito. E così chiusa in quella stanza, una parte di lei aveva iniziato a cercare disperatamente l’aiuto dell’unica persona che avrebbe potuto salvarla. Attraverso quelle misteriose telefonate Kumiko aveva lanciato il suo disperato grido d’aiuto a Toru. Quando finalmente egli realizza tutto questo non ha più paura di ciò che le tenebre della stanza 208 nascondono. Affronta il suo demone armato dal desiderio di riavere con sé la donna che ama e dalla disperazione accumulata in mesi e mesi di silenzi e congetture, fino a che in quel luogo, è lui ad avere la meglio.
I media impazziscono per la notizia di un improvviso ictus che sembra aver colpito Wataya Noboru, ed in seguito al quale l’uomo è entrato in coma. Così proprio lui, che era stato causa di tante sofferenze per molte persone condannandole a vagare nel buio alla ricerca della propria identità, sembra essere relegato nelle tenebre di un luogo lontano dal quale probabilmente non potrà tornare. Kumiko però sente che la sua coscienza non sarà ripulita fino a che Noboru non avrà smesso di vivere del tutto.
La sola verità è questa, voglio spegnere la vita di quella specifica persona, Wataya Noboru. Probabilmente andrò in prigione, ma non ho paura. Perché per me il peggio è già passato. (p 734)
II.4 Il ruolo della storia
Come abbiamo visto, quello di Toru è un percorso simbolico alla scoperta di se stesso, ma non solo. Ciò che Murakami vuole prima di tutto esplorare ed analizzare è un’intera generazione, quella degli anni successivi al dopoguerra, della quale fa parte egli stesso in prima persona. E’ la generazione di coloro che hanno vissuto momenti centrali nel processo di grandi cambiamenti avvenuto in Giappone, in maniera inconsapevole, non avendo in quegli anni un età adeguata per comprenderne l’effettiva importanza.
Murakami si sente responsabile al pari di tutti coloro che sono stati protagonisti di quegli eventi per gli errori commessi dal Giappone durante gli anni della guerra, laddove degli errori sono stati commessi. Per questo suo atteggiamento molti si sono chiesti perché, pur non facendo parte della generazione che fu protagonista di avvenimenti tanto delicati e ancora oggi difficili da valutare, egli senta questo sentimento di responsabilità così radicato,e perché mai secondo la sua opinione, questo atteggiamento debba essere tenuto da tutti coloro che fanno parte della sua medesima generazione. “Perché siamo giapponesi”, questa la risposta dell’autore.
Così come Murakami, anche Toru prende lentamente coscienza, attraverso i racconti di Mamiya, Nutmeg, e le pagine scritte da Cinnamon, di avvenimenti accaduti molti anni prima ma ai quali egli stesso non può essere indifferente.
Le parole del tenente Mamiya offrono la testimonianza di momenti terrificanti, il cui sfondo è la Manciuria durante gli anni della guerra. L’incidente di Nomonhan (maggio-giugno 1939), che tanta importanza ha avuto nel decidere le sorti del Giappone in quanto potenza militare durante la Seconda Guerra Mondiale, non è più la pagina di un libro di storia. Murakami ce lo racconta attraverso le emozioni reali, le parole ancora piene di terrore di un uomo che vi ha preso parte e che ne conserva vivo il ricordo nonostante siano trascorsi molti anni.
Anche questa scelta di non trattare la storia dal punto di vista più scientifico, è stata lungamente criticata. L’autore non usa mai fonti storiografiche, non si serve di fatti realmente accaduti, sceglie invece di trattare anche la storia come ogni altro elemento dei suoi racconti. Se un romanzo è frutto dell’ispirazione e quindi anche del bagaglio emozionale dell’autore, ciò che Murakami vuole esprimere è proprio quello che il passato del proprio paese rappresenta per lui: è qualcosa che gli appartiene. Lo scopo dell’autore in questo romanzo infatti, è anche quello di dare una dimensione diversa ad eventi che in tempi recenti sono vissuti da molti come qualcosa di lontano, che può essere tranquillamente dimenticato. Egli vuole comunicare un messaggio al popolo giapponese, che è quello di non dimenticare, di continuare a riflettere sui propri errori, di capire il perché certi errori sono stati commessi, di sentirsi vicini a qualcosa che non fa meno parte del bagaglio culturale di ciascun giapponese, dei più affascinanti aspetti della cultura del Sol Levante dei quali il Giappone va giustamente fiero.
Nell’ultima parte del romanzo la storia assume una posizione ancora più importante. Al pari della struttura del già citato La fine del mondo e il paese delle meraviglie, i capitoli si alternano tra i racconti di Nutmeg e i momenti in cui Toru è infondo al pozzo.
La nave che stava conducendo Nutmeg e la madre in Corea per poi da lì raggiungere il Giappone era stata fermata da un sottomarino il cui obiettivo inizialmente era quello di affondarla. Nutmeg aveva osservato la scena dal ponte della nave, e aveva visto il sottomarino emergere lentamente dall’acqua “come uscito da un sogno” , e dirigersi verso la nave sulla quale si trovavano anche lei e la madre. Tutta quella scena fin dall’inizio le era sembrata “il simbolo di qualcosa” , non aveva provato paura, neppure quando il cannone del sommergibile era stato puntato contro di loro, aveva pensato che a differenza di ciò che tutti probabilmente pensavano in quel momento, la guerra era solo “una delle tante cose che potevano succedere” , non era colpa della guerra se in quel momento tutte quelle persone rischiavano di essere ingiustamente uccise. Mentre pensava così, aveva sentito lentamente la sua coscienza scivolare via e allontanarsi dal ponte di quella nave.
Qualche attimo dopo poteva vedere ciò che in quello stesso istante stava avvenendo nello zoo di Hsin-Ching. In seguito alla notizia dell’avanzamento delle truppe sovietiche si era scatenato il panico nella città. Per evitare ulteriori disordini era stato dato ai soldati il compito di sopprimere tutti gli animali di grossa taglia presenti nello zoo, utilizzando del veleno per non sprecare munizioni. In mancanza però di veleno a sufficienza, uno dopo l’altro gli animali erano stati uccisi a colpi di fucile.
Nutmeg descrive questa situazione quasi surreale attraverso i pensieri di un giovane soldato, attraverso la sua sensazione di totale incredulità rispetto a tutto quello che gli sta capitando. Egli si sente semplicemente “al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
Ovviamente lui non lo sapeva, ma sarebbe morto diciassette mesi più tardi in una miniera di carbone vicino a Irkutsk, con il cranio fracassato da un colpo di vanga infertogli da una guardia sovietica. (p 500)
Il racconto di Nutmeg, dà a questo episodio una dimensione umana che si allontana da quella scientifica dell’opera storica.
La storia stessa diventa il racconto delle emozioni, delle paure provate da tutte le persone che hanno vissuto quegli eventi.
Campofreda Ileana
Bibliografia
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- M. Strecher Magical Realism and the Search for Identity in the fiction of Murakami Haruki in Journal of Japanese Studies vol. 25, n.2 1999
- Giorgio Amitrano, The New Japanese Novel. Popular Culture and Literary Tradition in the Word of Murakami Haruki and Yoshimoto Banana, Italian School of East Asian Studies, Kyoto 1996.
- Il mondo di Banana Yoshimoto, a cura di Giorgio Amitrano, Giangiacomo Feltrinelli Editore 1999
- Chiyoko Kawakami, The Unfinished Cartography. Murakami Haruki and the Postmodern Cognitive Map in Monumenta Nipponica 57:3 (Autumn 2002)
- Matthew Carl Strecher, Dances with sheep. The Quest for Identity in the Fiction of MURAKAMI HARUKI, Michigan Monograph Series in Japanese Studies, Number 37, Center for Japanese Studies, The University of Michigan
- Murakami Haruki, L’uccello che girava le viti del mondo, Baldini Castoldi Dalai editore, traduzioni di Antonietta Pastore
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